C’è qualcosa di profondamente vero nell’idea di usare un albero per parlare di uguaglianza. Un albero cresce senza chiedere il permesso, allunga i rami verso la luce, affonda le radici dove trova nutrimento. Non distingue tra chi gli sta vicino: offre ombra, ossigeno e bellezza a chiunque. È per questo che quando abbiamo immaginato un percorso sulla parità di genere con i ragazzi e le ragazze dell’Istituto Comprensivo G.M. Gisellu di Dorgali, l’albero è diventato il simbolo naturale di tutto ciò che volevamo dire — e far sentire.
Il progetto L’Albero delle Pari Opportunità è nato all’interno del programma educativo Dorgali Comunità Educante, promosso dall’Istituto Comprensivo G.M. Gisellu con il supporto della Fondazione di Sardegna e la collaborazione delle associazioni Raichinas e Chimas. Un’iniziativa che ha scelto di non spiegare la parità dai banchi di scuola, ma di farla toccare con mano — letteralmente.
Portare un laboratorio sulla parità di genere a Dorgali significa entrare in un territorio con una storia forte, un’identità culturale radicata, una comunità che conosce il valore della tradizione. Non è un contesto neutro. È un luogo in cui le parole “uguaglianza” e “diritti” non galleggiano nell’astratto, ma atterrano su storie concrete, su famiglie reali, su aspettative tramandate di generazione in generazione.
Proprio per questo il nostro approccio è stato quello che doveva essere: ascoltare prima di proporre. Entrare con rispetto, senza presunzione di insegnare qualcosa che la comunità non sapesse già. Il laboratorio non è arrivato a Dorgali per correggere nulla — è arrivato per aprire uno spazio in cui i giovani potessero esprimere chi sono e cosa desiderano, senza filtri e senza giudizi.
Il cuore del progetto è stato un laboratorio esperienziale, pensato per rendere visibile e tangibile ciò che troppo spesso resta una nozione astratta. La parità di genere non si capisce davvero leggendo una definizione su un libro. Si capisce quando la costruisci con le tue mani, quando ci scrivi sopra i tuoi sogni, quando la vedi crescere insieme agli altri.
Ed è esattamente quello che è successo. Ragazzi e ragazze hanno costruito insieme un albero fisico, reale, utilizzando materiali di recupero — bottiglie di plastica, cartone, filo — trasformando oggetti destinati allo scarto in qualcosa di vivo e significativo. Un gesto che già di per sé racconta qualcosa: anche ciò che sembra inutile o dimenticato può rinascere, cambiare forma, diventare bellezza.
Esistono due modi di affrontare l’educazione ai diritti con i giovani. Il primo è quello frontale: si spiega cosa sono i diritti, si citano le leggi, si elencano le conquiste storiche. È un approccio utile, ma che raramente lascia traccia profonda. Il secondo modo — quello che abbiamo scelto — è quello esperienziale: si mette il corpo in gioco, si lavora con le mani, si crea qualcosa che non c’era prima.
Quando un ragazzo di tredici anni prende una bottiglia di plastica vuota e la trasforma in un ramo di un albero che parla di uguaglianza, sta facendo qualcosa che nessuna lezione frontale può replicare: sta incorporando un concetto, lo sta rendendo parte di sé, della sua storia, della sua esperienza. Quella bottiglia trasformata diventa una memoria del corpo, non solo della mente.
I concetti si interiorizzano attraverso il fare, non solo attraverso l’ascolto. Il laboratorio trasforma la parità da nozione astratta a esperienza vissuta.
Ragazzi e ragazze non sono stati destinatari passivi di un messaggio, ma protagonisti attivi nella costruzione di un’installazione condivisa e significativa.
Un progetto come questo non nasce da una sola mente e non cresce da un solo sforzo. Dorgali Comunità Educante è prima di tutto un’idea di rete: scuola, associazioni locali, enti finanziari e professionisti del benessere che scelgono di camminare nella stessa direzione, ciascuno con il proprio contributo specifico.
L’installazione è rimasta nella scuola. Un albero fatto di bottiglie, filo e foglie di carta scritte a mano dai ragazzi — un oggetto improbabile, eppure capace di comunicare immediatamente qualcosa di importante a chiunque lo veda. Ogni foglia è un pensiero reale, un desiderio autentico, una voce che ha trovato il coraggio di scriversi.
Ma ciò che rimane davvero non è l’installazione fisica. È qualcosa di più sottile: la memoria di aver costruito qualcosa insieme, la scoperta che i sogni degli altri non minacciano i tuoi — li arricchiscono. La consapevolezza, ancora acerba ma già presente, che la parità non è un limite imposto dall’esterno, ma una condizione che rende il mondo più grande per tutti.
Portare il counseling nelle scuole — e in particolare nelle scuole di comunità come quella di Dorgali — significa scommettere sul futuro nel modo più concreto possibile. Non sui grandi cambiamenti sistemici, ma sulle piccole trasformazioni interiori che, nel tempo, diventano cultura.
Un ragazzo che oggi scrive su una foglia di carta cosa desidera dalla vita, e lo appende a un albero accanto alle foglie dei suoi compagni, domani sarà un adulto che ricorda — anche inconsciamente — che i suoi sogni hanno diritto di esistere. E che quelli degli altri non gli appartengono meno dei propri.
È questo il senso del lavoro che facciamo nelle comunità. Non portare risposte, ma creare le condizioni perché le domande giuste possano emergere. Non insegnare la parità come concetto, ma offrire esperienze in cui la parità diventa evidente, necessaria, desiderabile.
L’albero di Dorgali è ancora lì. Continua a crescere — almeno nell’immaginario di chi lo ha costruito. E questo, per noi, è già tutto.
nella tua scuola o comunità?
Progettiamo laboratori esperienziali su misura per scuole, associazioni e comunità educanti. Ogni percorso nasce dall’ascolto del territorio e dalle sue specificità.
